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claudia bastianelli, socialisti e democratici“La notizia che il Governo si starebbe impegnando per eliminare le slot dagli esercizi commerciali ne dimostra la maturità riformista. Da anni come Socialdem combattiamo una battaglia contro il gioco d’azzardo e la ludopatia, dipendenza troppo sottovalutata che ogni anno travolge quasi un milione di italiani e dove i giovani e giovanissimi ne sono le maggiori vittime. Non solo, dunque, il governo non ha alcuna intenzione di promuovere il gioco d’azzardo per finanziare la ricostruzione post sisma, cosa che invece fece il Governo Berlusconi dopo il terremoto in Abruzzo, ma ha anche tutta la volontà di eliminare le macchinette dagli esercizi commerciali dove chiunque, dagli adolescenti agli anziani, possono accedere senza neppure troppi controlli. A chi talvolta mette strumentalmente in dubbio l’impronta riformista di Matteo Renzi, il governo risponde anche questa volta con i fatti concreti.” – così in una nota Claudia Bastianelli, coordinatrice nazionale dei SocialDem

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bastianelli7“Il Senato approva la legge sul Dopo di Noi. Mancano, ovviamente, i voti del M5S che per l’ennesima volta dimostra la sua incapacità di poter essere mai forza di governo, tanto da riuscire a votare contro e polemizzare anche su un testo che ha avuto il voto favorevole di quasi tutta l’opposizione. Trovo profondamente imbarazzante l’atteggiamento di si erge a paladino del bene comune e poi si tira indietro anche quando si tratta di una legge sacrosanta come questa.” – così interviene Claudia Bastianelli, coordinatrice nazionale dei SocialDem, subito dopo il voto in Senato di questa mattina – “Ogni genitore con figli portatori di handicap vive nell’angoscia di cosa accadrà loro quando non ci saranno più. Dopo che la Camera approverà il testo in via definitiva, avremo finalmente una legge giusta. Non si tratta di politica” – conclude Bastianelli – “bensì di umanità”

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Logo_def“Il voto contrario all’emendamento presentato dalla Commissione Bilancio è la presa di posizione di chi – come noi e buona parte del Pd che non ha votato – lo giudica un’inversione della ratio dell’intera legge. Il testo della pdl recitava: “in via prioritaria è disposto l’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche”. L’emendamento proposto dalla Commissione Bilancio lo modifica prevedendo che “l’affidamento può avvenire anche in via diretta a favore di società interamente pubbliche”. In sostanza si opera una scelta dicendo, di fatto, che l’affidamento diretto alla società pubblica non è più una “priorità” ma una “possibilità”. È evidente che l’opzione viene rimessa alla politica locale, ma è altrettanto evidente che il segnale è di ridimensionamento dell’idea di “priorità” pubblica che fino al giorno prima era stato presentato come l’aspetto caratterizzante” – così in una nota congiunta i deputati SocialDem Marco Di Lello, Giuseppe Lauricella e Lello Di Gioia

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aeroporto-perugia“Affiancare una stazione ferroviaria all’aeroporto San Francesco e sfruttare i treni come metropolitana esterna al circuito cittadino potrebbe essere una soluzione affinché lo scalo perugino non solo non si ridimensioni, ma abbia un ulteriore sviluppo che gli consenta da un lato di agevolare i turisti che vorranno visitare la nostra regione, dall’altro di collegarsi rapidamente anche alle stazioni di alta velocità in essere e in fase di progettazione.” – cosi interviene Mirco Ficarelli, del coordinamento regionale dei Socialdem in merito al dibattito di questi giorni intorno allo scalo di Sant’Egidio – “Progettare inoltre un grande parcheggio anche per tutti i cittadini e pendolari che devono raggiungere Perugia centro usufruendo delle stazioni di S. Anna e Fontivegge è un altro nodo su cui riflettere. Tanto abbiamo investito sul San Francesco, tanti i risultati raggiunti che oggi vanno incrementati e non perduti”- conclude Ficarelli

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Logo_defCittà di Castello, 13 Aprile 2016

Nel Consiglio Comunale di Lunedì 4 Aprile ho formalizzato la mia entrata nel gruppo Consiliare del Partito Democratico di Città di Castello. Adesione accettata dall’Unione comunale del PD di Città di Castello e confermata dal capogruppo consiliare Gaetano Zucchini. Benché nell’ambito di un movimento civico, il Federalismo Democratico, dove sono stato eletto in consiglio comunale, ho sempre proposto temi ed elementi aderenti ed in linea con i valori fondanti del Partito Democratico, trovando nei colleghi del PD una profonda vicinanza politica, culturale e umana. Il mio percorso verso il Partito Democratico, non è un atto isolato ma un cammino concreto iniziato con la discesa in campo di Matteo Renzi, trovando nelle sue proposte di novità e di rottura rispetto al passato elementi di profonda condivisione. Anche a Città di Castello c’è domanda di rinnovamento all’interno della politica e il PD cittadino ha dimostrato nei fatti di aver iniziato questo percorso di rigenerazione della classe politica. Il Partito Democratico nel corso degli ultimi tre anni ha ampliato a livello nazionale il proprio elettorato anche in funzione di questo rinnovamento, allargandosi verso quei cittadini che, prima non votavano PD, ma che in Matteo Renzi hanno trovato una figura importante, capace di rappresentarli e di offrire loro fiducia, attento ai bisogni di giovani e pensionati, di chi lavora ma anche di chi rischia in prima persona investendo. La mia adesione al Partito Democratico va in questo senso. Nell’ambito di questo mio percorso politico chi ha svolto e sta svolgendo un ruolo fondamentale è Claudia Bastianelli, Coordinatrice Nazionale dei Socialisti&Democratici e invitata permanente della Direzione Nazionale PD, associazione confluita nel PD lo scorso Novembre e alla quale sono iscritto anche io. Socialisti&Democratici si sta consolidando in maniera importante anche in Umbria, con adesioni di amministratori e dirigenti che hanno la volontà di proporsi come un cantiere di idee e di proposte, superando le logiche delle correnti di partito. Con Claudia condividiamo ideali politici e strategie che contiamo di sviluppare in ambito di sviluppo economico, recupero della FCU, integrazione sociale, lotta alle dipendenze, valorizzazione del patrimonio culturale e turistico. Il nostro obbiettivo è di dare rappresentanza e risposte concrete a quella parte di nuovo elettorato che si ritrova nelle proposte del Partito Democratico e che condivide i valori della Libertà, del Merito, della Dignità, della Solidarietà, della Fratellanza e del Rispetto.

Luca Cuccaroni

Consigliere Comunale

PARTITO DEMOCRATICO

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marco di lello, antimafia, socialisti & democraticiNAPOLI – 22 MAR: “La sentenza del Tar su Bagnoli conferma la incapacità amministrativa di Luigi de Magistris che combatte, perdendole tutte, battaglie demagogiche contro il Governo, favorendo sempre più  l’isolamento di Napoli”: così Marco di Lello, deputato del Partito democratico, sul rigetto del ricorso di de Magistris da parte del Tar. “Il primo cittadino ha dimostrato di non saper costruire un percorso di crescita e sviluppo per la città. Con il suo atteggiamento, infatti, non ha fatto altro che trascinare Napoli in uno scontro di cui ne stanno pagando le conseguenze i cittadini”. E aggiunge: “Per questo, sempre più con convinzione, sosteniamo Valeria Valente: la candidata del Partito democratico a sindaco è l’unica che può garantire a Napoli il rapporto tra organi di governo centrali e locali e segnare un nuovo percorso per la nostra città”.

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giuseppe lauricella, socialisti & democraticiCerchiamo di chiarire cosa riguarda il referendum abrogativo del 17 aprile.

 

Un chiarimento contro chi – scorrettamente – vuol far passare il messaggio che, votando a favore dell’abrogazione, si elimineranno subito le trivelle. Non è così.

 

Nove Regioni hanno richiesto il referendum: i consigli regionali di Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto.

 

In sostanza, con il referendum si chiede di abrogare quella norma, inserita con legge nel 2015, che consente agli impianti di trivellazione già esistenti ed operanti di continuare a farlo, oltre la scadenza dei termini della concessione (nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale).

 

Il quesito referendario non riguarda, invece, le concessioni per estrazioni future vicine alla costa (entro le 12 miglia) perché sono già vietate.

 

Il quesito referendario, dunque, chiede:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

 

Dunque, se la norma dovesse essere abrogata le trivelle continuerebbero comunque ad operare fino alla scadenza prevista dalle concessioni: 8 nel 2016, 3 nel 2017, 6 nel 2018, 3 nel 2019, 1 nel 2020, 1 nel 20121, 1 nel 2022, 1 nel 2024 e 6 nel 2026.

Se, invece, la norma non dovesse essere abrogata, alla scadenza delle concessioni le società che già gestiscono gli impianti potrebbero chiedere il rinnovo della concessione, qualora il giacimento risultasse ancora utilizzabile.

In questo caso, sarebbe responsabilità dei governi regionali o del governo nazionale (su questo è già aperto un conflitto Stato-regioni), se, ci auguriamo a seguito di approfondite e serie verifiche, rinnovare o meno.

 

Va detto, che in questi anni è plausibile ritenere una riconversione in favore di fonti energetiche alternative, abbandonando quelle di tipo minerale, cui si riferisce il referendum.

Anzi, tutti dovremmo incoraggiare e spingere il governo nazionale in favore di una politica di investimento sulle energie alternative.

 

Perché il referendum sia valido, occorre che vadano a votare almeno il 50%+1 degli elettori. Superata questa soglia di validità si vedrà se prevarranno i “sì” o i “no” all’abrogazione.

Quindi, per far valere le ragioni di chi vuole l’abrogazione occorre andare a votare per raggiungere il quorum, altrimenti il referendum non sarà valido.

 

Per chiarezza: chi vuole che si abroghi la norma, dovrà votare “sì”, ovvero si all’abrogazione; chi voterà “no” significa che non vuole l’abrogazione e lascerà vivere la norma.

 

Detto questo, non mi pronuncio sul come si debba andare a votare. Ritengo che la scelta debba essere affidata a ciascun cittadino-elettore, avendo, però, chiaro su cosa siamo chiamati a pronunciarci: non sull’eliminazione immediata delle trivelle ma sulla possibilità che la loro attività  venga prolungata anche oltre alla data di scadenza delle relative concessioni.

 

Le trivellazioni che attualmente vengono effettuate vicino alle coste italiane – come è noto – riguardano per l’80% estrazione di gas metano (non inquinante) e per il restante 20% petrolio.

 

Un ulteriore tema – che non riguarda il referendum del 17 aprile – è se debbano essere consentite in futuro concessioni per la trivellazione in zone c.d. “Instabili”, anche oltre le 12 miglia dalla costa, che, come dimostrato, per esempio, da ricerche fatte nel canale di Sicilia, rischiano di creare lesioni alla crosta (provocate dalle macchine) con conseguenti fenomeni tellurici che si propagherebbero sulla terraferma (pare sia stata uno di questi “movimenti” – in quel caso, naturali – a provocare il terremoto del Belice). Ma questo è un altro discorso che, speriamo, potrà essere superato da verifiche preventive o dal cambiamento delle politiche energetiche e di ricerca, verso altre fonti.

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lauricellaHo letto con interesse e curiosità la nota di Roberto Fai sul referendum costituzionale, per il quale, molto probabilmente, saremo chiamati ad esprimerci sul “no” o sul “sì” alla conferma della legge che revisiona la Costituzione.

Le argomentazioni a supporto del “no” alla conferma della riforma sono suggestive, anche se temo che finiscano nel cadere sul piano della “sfida” politica e ideologica, la stessa, cioè, che si attribuisce a Renzi. In altri termini, rilevando – e, in qualche modo, rimproverando – che l’appuntamento referendario finirà con il costituire un “vero e proprio spartiacque nella contesa politica nel nostro paese”, si finisce, involontariamente, con l’accettare di spostare lo sguardo verso la “sfida” politica, piuttosto che verso una scelta di sistema.

Un punto inconfutabile è che il superamento del bicameralismo paritario (in cui le due Camere svolgono le medesime funzioni, hanno le stesse competenze e determinano entrambe la vita o la morte di un governo attraverso la fiducia) era ed è un’esigenza unanimemente condivisa.

Sul piano storico e ideologico, il monocameralismo è sempre stato il modello della sinistra come il bicameralismo lo è della destra. Ciò per ragioni precise. L’idea che l’organo legislativo dovesse essere monocamerale risale alla periodo rivoluzionario francese, quando si affermava che per rappresentare l’unità nazionale e l’unità della sovranità popolare doveva esserci un’unica camera legislativa: se una è la sovranità e uno è lo Stato, una deve essere la camera di rappresentanza.

Il bicameralismo, diversamente, nasce dall’esigenza di rappresentare, con una seconda camera, interessi particolari, che possono essere di carattere territoriale, etnico o di categoria.

La scelta bicamerale del Costituente del ’46-’48 è frutto di un compromesso tra le forze politiche nate per la forma repubblicana e con la Repubblica.

Non a caso si dice che la nostra Costituzione del ’48 abbia carattere “convenzionale”, proprio perché frutto di una convenzione, che ha dato vita a norme e principi che riescono a tenere insieme le idee e le ideologie diverse, trovando una sintesi condivisa tra le forze di sinistra che chiedevano una struttura monocamerale e le forze liberali e di centro che pensavano ad un bicameralismo. La struttura bicamerale “paritaria”, a quel punto, rispondeva alle due esigenze, atteso che il bicameralismo perfetto ha finito con il rivelarsi un vero e proprio monocameralismo “mascherato”, con due camere che svolgono le stesse funzioni ed hanno la stessa rilevanza sul piano del rapporto di fiducia. Insomma, come se fosse un’unica camera divisa in due parti complementari, come se ciascuna fosse la sede di ponderazione e di controllo rispetto all’altra.

Dunque, oggi, è giunto il momento di passare ad una struttura parlamentare “differenziata”, in cui le due camere svolgano funzioni diverse e, soprattutto, in cui solo una delle due camere – quella di rappresentanza generale, la camera dei deputati – sia chiamata a dare o togliere la fiducia al governo, come avviene in tutti i sistemi che adottano la forma di governo parlamentare, piena (come in Italia) o – potremmo dire – “corretta” (come in Francia o in Germania).

La modifica del rapporto di fiducia, da due ad una camera, è una riforma essenziale.

Che, poi, si sarebbe potuto andare oltre con una scelta netta di tipo monocamerale, è un argomento plausibile ma è un altro tema.

Per il resto, la riforma, come tutte le riforme, si sarebbe potuta fare meglio, diversamente, o, addirittura non fare. Ma sono argomenti e posizioni condivisibili quanto discutibili.

L’impianto, scaturito da un lungo e discusso percorso, è un sistema che prevede: due camere, tra cui la camera dei deputati è la camera di rappresentanza generale, che accorda o toglie la fiducia al governo, e l’altra, il senato, che rappresenta le istituzioni territoriali e si comporta da organo legislativo, che non partecipa al rapporto di fiducia ma svolge un ruolo di controllo e di ponderazione, attraverso il potere di chiedere la rielettura dei disegni di legge in corso di approvazione, svolge un ruolo attivo nelle scelte di politica europea e, ovviamente, nelle materie che riguardano le regioni. In alcuni casi (come in materia costituzionale, per esempio) rimane un ruolo pieno, nel senso che legifera unitamente alla camera dei deputati.

Le paventate prevaricazioni della maggioranza della camera – dato anche il sistema elettorale approvato (l’italicum) – sono state evitate, grazie alla battaglia intensa fatta in commissione e in aula, anche di chi scrive: per l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici della Corte costituzionale, dei membri del CSM, non basterà la maggioranza assoluta ma occorrerà una maggioranza qualificata.

Nelle norme transitorie è stato anche previsto, grazie ad un emendamento sottoscritto da chi scrive, che, entro dieci giorni dall’entrata in vigore della legge costituzionale, una minoranza può chiedere alla Corte costituzionale il controllo di costituzionalità della legge elettorale (l’italicum).

Grazie sempre a quei deputati PD cui ho prima fatto riferimento, sono state modificate o eliminate norme (come quelle che riguardano il voto “bloccato” e “a data certa”) che avrebbero potuto spostare troppo l’asse verso il governo, affievolendo il ruolo e il peso della Camera. Ma non è accaduto.

Anche il tema della problematicità della combinazione legge elettorale-riforma del bicameralismo, che, secondo certa parte, abbasserebbe il tasso di democraticità del sistema, necessita di alcune considerazioni.

La tesi del deficit democratico nasce dall’idea che l’italicum porterà alla lista che vince le elezioni il premio di maggioranza e, dunque, una maggioranza con il 55% dei deputati, con un solo partito che potrà determinare le scelte in parlamento e, quel che sarebbe più grave, che quelle scelte saranno determinate o – come si pensa – imposte dal governo e, in tal modo, dal capo del governo, quindi, da un “solo uomo al comando”.

Certo, è una possibilità. Ma bisogna anche dire che chi vince le elezioni è democraticamente legittimato a governare e, dunque, a decidere.

L’importante è che il principio della maggioranza sia bilanciato dal diritto della minoranza, ovvero dell’opposizione in parlamento. E ciò, come dicevo, è stato salvaguardato.

A meno che non si sia dell’idea che, se governa chi ci piace, va bene che abbia – come si dice – “i numeri” e decida; se, invece, chi governa non ci piace, allora non va bene il sistema.

Una riforma non si può guardare in base ai propri desiderata o alle proprie aspettative. Così come una riforma non va fatta pensando di vincere: anzi, occorre farla pensando di perdere, perché, in tal caso, si pensa e si costruisce un sistema che guardi alle garanzie e alla tutela del diritto della minoranza, approdando dunque ad un sistema equilibrato.

Quindi, il tema della – come alcuni sostengono – infausta combinazione italicum-bicameralismo nasce dall’idea secondo la quale le candidature vengono decise dalle segreterie di partito e, dunque, il partito che vince elegge i candidati che poi risponderanno al segretario nelle scelte parlamentari. In tal modo, il governo “imporrebbe” le scelte alla maggioranza parlamentare.

Ma qual è la novità? Qual è lo scandalo? Da quando esistono le democrazie i partiti che vincono governano, e le liste (o i candidati nei collegi uninominali) vengono stabilite dalle segreterie di partito, più o meno palesemente. Ovviamente, se non vogliamo ragionare ipocritamente.

A meno che non si dica che il sistema maggioritario crei una deformazione della democrazia. Quindi, si dovrebbe affermare che le battaglie per il maggioritario degli anni novanta sono state battaglie sbagliate. Io l’ho sempre pensato. Il maggioritario – in nome della governabilità – impone una omogenizzazione delle differenze che annulla la rappresentanza delle minoranze. Il proporzionale, al contrario, garantisce ogni rappresentanza, anche la più piccola, ma non consolida la governabilità. Sempre che per governabilità vogliamo intendere la stabilità di governo. Diverso sarebbe se per governabilità si intendesse capacità di governo, nel senso di efficacia e produttività dell’azione di governo, a prescindere dalla continuità di un dato governo.

Tuttalpiù, il punto discutibile delle riforme e, in particolare, della legge elettorale è dato da quel meccanismo che “comunque” deve produrre una maggioranza parlamentare di una sola lista (che potrebbe coincidere con un solo gruppo).

L’aver previsto il secondo turno di ballottaggio è il segno di tale forzatura. L’italicum assegna il premio di maggioranza (del 55% dei seggi alla Camera dei deputati) a quella lista che dovesse ottenere il 40% dei voti su scala nazionale. Ma se nessuna lista dovesse riuscire a raggiungere, al primo turno, tale soglia, il sistema prevede un secondo turno di ballottaggio fra le due liste che abbiano ottenuto più voti al primo turno. Conseguentemente, l’esito del ballottaggio determinerebbe l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista che fra le due dovesse prendere anche un voto in più.

Ecco, questa – a mio parere – è un’anomalia, anzi una forzatura, perché, ipoteticamente, il ballottaggio potrebbe attribuire il 55% dei seggi della camera anche ad una lista che abbia ottenuto il 25% dei voti (tanto per fare un numero a caso, ma potrebbe anche essere inferiore). Ovvero, il rischio sarebbe quello di legittimare l’attribuzione della maggioranza parlamentare ad una minoranza. Ciò espone la legge elettorale ad una probabile illegittimità costituzionale, atteso che nell’ipotesi ora fatta sarebbe evidente la sproporzione tra voti effettivamente ottenuti al primo turno e seggi assegnati a seguito del ballottaggio, poco rilevando l’argomento che al ballottaggio la lista vincente otterrebbe certamente almeno la maggioranza assoluta.

D’altro canto, il ballottaggio (o secondo turno) è uno strumento applicato in tutti i sistemi per eleggere un organo monocratico (Presidente della Repubblica francese, per esempio) ma mai per eleggere un collegio quale una camera legislativa. Persino nel nostro ordinamento è così: laddove è previsto il ballottaggio lo si applica per la elezione dei sindaci non per la elezione dei consiglieri comunali.

Ne sono così convinto che nel novembre dello scorso anno ho presentato una proposta di legge per eliminare il secondo turno di ballottaggio dall’italicum. Ne scaturirebbe un sistema in cui se una lista dovesse raggiungere, nel primo ed unico turno, la soglia del 40%, otterrebbe il premio di maggioranza. In caso negativo, i seggi verrebbero distribuiti proporzionalmente tra tutte le liste, raggiunta la soglia di sbarramento del 3%. Il governo conseguente non potrebbe che essere di coalizione, come, d’altronde avviene nelle democrazie mature in caso di mancato raggiungimento della maggioranza, come in Germania o in Inghilterra, per esempio. E lì nessuno grida allo scandalo: è la democrazia.

Infine, vorrei rilevare una questione, proprio in ordine al referendum costituzionale.

Il referendum costituzionale è un istituto di democrazia diretta che la Costituzione prevede nel caso in cui la legge di revisione costituzionale (o, in generale, una legge costituzionale) non sia stata approvata con una maggioranza qualificata di 2/3 dei componenti di ciascuna camera. Ciò induce a ritenere che il Costituente abbia sempre guardato alla tutela del diritto della minoranza. Infatti, qualora la legge costituzionale venga approvata con i 2/3, significa che quella legge sia stata condivisa dalla maggioranza e dalla minoranza parlamentare e, dunque, viene promulgata ed entra direttamente in vigore. Ma se, come è avvenuto nel caso della riforma di cui discutiamo, la legge di revisione costituzionale venga approvata dalla “sola” maggioranza assoluta, la Costituzione prevede – a garanzia delle minoranze – la possibilità di richiedere il referendum costituzionale. Dunque, il referendum costituzionale è uno strumento della minoranza e non della maggioranza, perché, altrimenti – se richiesto e usato dalla maggioranza – rischia di trasformarsi in uno strumento plebiscitario. Questo è un argomento serio e complesso. Conseguentemente, come maggioranza eviterei di richiederlo.

Dopodiché, aspettiamo la richiesta e, a quel punto, sarà il popolo a decidere se la riforma costituzionale va approvata, oppure no.

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claudia bastianelli, socialisti e democratici, lavoro, licenziamento furbetti, riforma pa“Da 8.000 partecipate si passerà a 1.000, con conseguente taglio drastico delle poltrone e cda di nomina politica, troppo spesso affidate a uomini “fedeli” anziché preparati. Licenziamento e multa pari ad almeno 6 mesi di stipendio per i furbetti del cartellino. Semplificazione burocratica nei rapporti con i cittadini.
Riformare vuol dire cambiare le cose per migliorarle. Riformare a volte richiede coraggio e questo Governo ne ha avuto molto. Questa è un’ottima riforma, a lungo attesa, per rendere l’Italia un Paese competitivo. #lavoltabuona” – cosi in una nota Claudia Bastianelli, coordinatrice nazionale di Socialisti&Democratici, commenta l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, dei decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione.

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“Il 2016 per l’Italia sarà l’anno dei diritti finalmente riconosciuti. Una rapida approvazione delle leggi sulle unioni civili e sullo Ius Soli consentiranno al nostro Paese di essere davvero civile e democratico. Le parole del Premier Renzi durante la conferenza stampa di questa mattina e la garanzia del suo impegno in prima persona affinché sia eliminata qualunque tipo di discriminazione sono la dimostrazione che questo governo è mosso dal buonsenso e da un profondo spirito riformista che rafforza ulteriormente la scelta compiuta dagli aderenti a Socialisti&Democratici. Per completare il percorso e avere un’Italia di diritti manca ancora all’appello una legge sul testamento biologico. Come Socialisti&Democratici provvederemo a presentare nelle prossime settimane una proposta di legge in merito”. Cosi in una nota Claudia Bastianelli, coordinatrice nazionale dell’associazione Socialisti&Democratici che ha aderito al Pd qualche settimana fa.

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