Giuseppe Lauricella

Andrea Orlando è “la scelta giusta per decidere chi dovrà guidare il Partito democratico”. Lo afferma Giuseppe Lauricella, deputato Pd, in una nota. “Il Partito democratico – osserva – va ristrutturato, rivitalizzato, riorganizzato, attraverso un modello snello ma che sappia recuperare il ruolo e il dibattito nel territorio. Il territorio ha bisogno di tornare ad essere centro di dibattito, di elaborazione, di proposta, in modo che la linea del Partito sia costruita dal centro alla periferia, creando un coinvolgimento sano, costruttivo, che faccia sentire tutti, a tutti i livelli, artefici delle scelte che verranno assunte, per tornare a quel sistema in cui il momento elettorale sia la naturale conclusione di un percorso e non un momento a sé stante, in cui chi partecipa alla vita politica e gli elettori finiscono con il decidere all’ultimo minuto in base a quanto viene raccontato in campagna elettorale, in televisione. La politica deve tornare a coinvolgere, quotidianamente. Per tutto questo occorre che il segretario del Partito democratico faccia soltanto il segretario e si occupi del Partito e della linea politica”. “D’altra parte – sostieneLauricella – sebbene lo statuto del Pd indichi il segretario come candidato alla guida del governo, il quadro politico induce a scindere le due figure. Pertanto, noi oggi siamo chiamati a scegliere il segretario in quanto tale. La segreteria del Partito non può essere più utilizzata come viatico per la guida del governo, ma deve essere lo strumento per pensare al partito e al suo ruolo. La guida del governo, qualora ci verrà data la responsabilità anche in futuro, è un’altra cosa. In tal senso, non ho dubbi: la figura che può svolgere il ruolo di segretario con equilibrio e nel rispetto delle parti, impegnandosi soltanto nel Partito, è quella di Andrea Orlando”.

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by Socialdem on

Assemblea SocialdemSi è tenuta stamattina a Firenze, nello storico Circolo Pd di San Bartolo a Cintoia, l’assemblea nazionale dei Socialdem, l’area socialista del Pd coordinata da Claudia Bastianelli a cui hanno aderito l’ex capogruppo Psi Marco Di Lello, oggi segretario della commissione bicamerale antimafia, l’On. Lello Di Gioia, presidente della commissione di controllo sull’attività degli enti gestori di previdenza e assistenza sociale, l’On. Giuseppe Lauricella, promotore dell’ultima pdl di modifica all’Italicum, e che oggi conta migliaia di amministratori e dirigenti in tutta Italia.
“Vogliamo confrontarci alla luce dei risultati del referendum e delle sfide a cui saremo chiamati nei prossimi mesi. Ci proponiamo di portare un contributo di idee e valori alla nostra comunità che a breve potrebbe essere chiamata ad un congresso. Non vogliamo essere una corrente ma usciamo da una campagna elettorale faticosa dove siamo stati in prima linea a sostegno del Si e dobbiamo confrontarci in una serena analisi del voto senza nasconderci i tanti errori che ci hanno portato alla sconfitta. Tornare a parlare alle periferie senza perdere la classe media: se nel Job Act, che ha il merito di aver esteso tutele e diritti, vi è una norma il cui abuso attraverso i voucher ha invece precarizzato altri lavoratori dobbiamo avere la forza di cambiarla quella norma. Non perché incomba un nuovo referendum ma perché siamo convinti vada cambiata” – è quanto dichiara la coordinatrice nazionale Claudia Bastianelli durante il suo intervento.
“Sei c’è una lezione è che il Partito serve. Senza Partito non ce la fa neanche Matteo Renzi. Serve una squadra che sia espressione del merito e serve la freschezza del “rottamatore”, quello che violava i Santuari, andava in giro per Scuole e Fabbriche, Terra dei fuochi. Tra la gente. Saremo al fianco di Matteo Renzi facendo tesoro degli errori fatti e con l’ambizione di tornare ad essere noi il Partito della speranza ma non delle chiacchiere. I Socialdem faranno la loro parte. Senza stare a guardare. Sui territori e al Nazionale. Anche candidandoci. Senza farci ingabbiare dalle alchimie correntizie, ma anzi, rompendo quegli equilibri che hanno portato all’afasia il Pd. Ricostrudendo. Un anno fa ci proponemmo come Cantiere di idee: oggi vogliamo proporci come “Costruttori” di futuro” – ha concluso il deputato Socialdem Marco Di Lello
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FAcebook-Live2Si terrà sabato a Firenze (Via Madonna del Pagano) a partire dalle ore 10, l’assemblea nazionale dei Socialdem, l’area socialista del Pd coordinata da Claudia Bastianelli a cui hanno aderito l’ex capogruppo Psi Marco Di Lello, oggi segretario della commissione bicamerale antimafia, l’On. Lello Di Gioia, presidente della commissione di controllo sull’attività degli enti gestori di previdenza e assistenza sociale, l’On. Giuseppe Lauricella, promotore dell’ultima pdl di modifica all’Italicum, e che oggi conta migliaia di amministratori e dirigenti in tutta Italia.
“Si tratta di un’occasione per confrontarci alla luce dei risultati del referendum e delle sfide a cui saremo chiamati nei prossimi mesi. Ci proponiamo di portare un contributo di idee e valori alla nostra comunità che a breve potrebbe essere chiamata ad un congresso. Non vogliamo essere una corrente ma usciamo da una campagna elettorale faticosa dove siamo stati in prima linea a sostegno del Si e con l’assemblea di sabato vogliamo confrontarci in una serena analisi del voto senza nasconderci i tanti errori che ci hanno portato alla sconfitta” – è quanto dichiara la coordinatrice nazionale Claudia Bastianelli
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giuseppe lauricella, partito democratico, socialisti & democratici, elezioni amministrativeFacile dire ‘l’avevo detto’. Ma nel caso di Giuseppe Lauricella, costituzionalista e deputato del Pd, e’ anche vero: in commissione Affari costituzionali alla Camera giace una proposta a sua firma che parte dal presupposto che possa verificarsi quello che e’ successo ieri ai ballottaggi per le comunali: che M5s e centrodestra confluiscano al secondo turno e sconfiggano il Pd.

“Ma varrebbe la stessa cosa se ieri avesse vinto il Pd. Il mio ragionamento parte da una constatazione di sistema. Se al primo turno una forza politica raccoglie il 20 per cento dei voti e un’altra il 40 per cento, la prima puo’ vincere al ballottaggio con un forte effetto distorsivo sulla rappresentanza politica. E’ l’effetto Parma. A livello nazionale si traduce nell’attribuzione del premio di maggioranza previsto dall’italicum: il 55 per cento dei seggi”, spiega Lauricella, “Indipendentemente da chi vince questa sproporzione rappresenta un problema. Non capirlo puo’ essere un errore esiziale. Per questo ho depositato a novembre una proposta di legge che invoca un ragionamento di buon senso: sopprimere il doppio turno e assegnare un premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 40% dei consensi. Se nessuno la raggiunge si applica il proporzionale puro sempre mantenendo la soglia di sbarramento al 3%”.

In sostanza significa dire addio al ballottaggio, e limitare l’aspirazione maggioritaria al primo turno.

“Significa coniugare la governabilita’ con la rappresentanza politica non in astratto ma nel sistema politico italiano. Che e’ un sistema tripolare. Se nessuno raggiunge il 40 per cento al primo turno, che male c’e’ a fare un governo di coalizione, ragionando su un programma condiviso? E’ quello che succede in Germania, dove ci hanno pure messo tre mesi e mezzo per fare il governo ma poi hanno un esecutivo stabile. Ripeto: il governo di coalizione non e’ uno scandalo”. 

Altri, come la minoranza Pd e i centristi, propongono il ritorno al premio di coalizione, al posto del premio di lista.

“Quello sarebbe un errore madornale- spiega Giuseppe Lauricella- perche’ si tornerebbe al meccanismo del governo Prodi, favorendo accozzaglie elettorali allo scopo di vincere, e solo in secondo luogo, di governare. Tutti insieme per avere un voto in piu’ alle elezioni. Poi, quando si deve governare, via libera alle aspirazioni di ogni forza politica che sia in grado di esercitare un ricatto sulla maggioranza e sul governo. Folle”.

Ma sul ‘Lauricellum’, resta da convincere il partito, e in particolare il premier.

“L’italicum e’ figlio delle suggestioni che le idee, spesso mutevoli, del professore D’Alimonte hanno esercitato sul Pd. Rispecchia l’idea che il sistema politico si sarebbe bipolarizzato. Oggi vediamo che non e’ cosi’. Io lo avevo capito per tempo. Ho depositato la mia proposta due anni fa. A Renzi l’ho detto, e lui allora non era d’accordo. Ora spero si sia convinto. Io in ogni caso alla prima occasione utile lo faccio nuovamente presente. 

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Logo_def“Il voto contrario all’emendamento presentato dalla Commissione Bilancio è la presa di posizione di chi – come noi e buona parte del Pd che non ha votato – lo giudica un’inversione della ratio dell’intera legge. Il testo della pdl recitava: “in via prioritaria è disposto l’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche”. L’emendamento proposto dalla Commissione Bilancio lo modifica prevedendo che “l’affidamento può avvenire anche in via diretta a favore di società interamente pubbliche”. In sostanza si opera una scelta dicendo, di fatto, che l’affidamento diretto alla società pubblica non è più una “priorità” ma una “possibilità”. È evidente che l’opzione viene rimessa alla politica locale, ma è altrettanto evidente che il segnale è di ridimensionamento dell’idea di “priorità” pubblica che fino al giorno prima era stato presentato come l’aspetto caratterizzante” – così in una nota congiunta i deputati SocialDem Marco Di Lello, Giuseppe Lauricella e Lello Di Gioia

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bernie sanders, primarie usa 2016, marco di lello, socialisti e democratici“La speranza in un mondo migliore vince anche in America e con essa le idee di giustizia sociale e pari opportunità. Il socialismo democratico si conferma dunque non solo vivo ma in grande forma, a dispetto di chi voleva seppellirlo come “un cane morto”. Un seme vitale che attecchisce anche in una terra ostile come quella degli Usa. Dopo il primo Presidente nero gli americani possono ora eleggere il primo Presidente socialista. L’associazione Socialdem ha per questo organizzato la presentazione del libro di Sanders “Quando è troppo è troppo”, prevista a Roma il prossimo 28 aprile”. – cosi commentano il risultato delle primarie Usa della notte scorsa i tre deputati Socialdem Marco Di Lello, Giuseppe Lauricella e Lello Di Gioia.

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Giuseppe lauricella, socialisti & democraticiIl 16 marzo, la Commissione chiamata a predisporre una proposta di riforma del Consiglio superiore della magistratura ha presentato un testo che, nei fatti, cambia poco sul piano della influenza delle correnti della magistratura in relazione alla composizione dell’organo di autogoverno.

Viene previsto un doppio turno. Al primo, si possono presentare tutti i magistrati (novemila) senza liste, quindi – si direbbe – in libertà. In tale fase, dunque, i magistrati saranno chiamati ad esprimere la loro preferenza per categoria da eleggere, in base al ruolo: magistrati di Cassazione, pubblici ministeri, giudici ordinari. Al secondo turno, invece, viene prevista la “possibilità” di riunirsi in liste (di corrente), secondo programmi, orientamenti e quant’altro. Insomma, di fatto, si ricostituiscono le correnti e, quindi, non cambia nulla. Ma non cambia nulla neanche al promo turno, atteso che le correnti possono concentrare le candidature e i voti.

Dunque, se davvero si vogliono superare le correnti (almeno nella formazione del CSM) non rimane che una soluzione: procedere con un semplice sorteggio per ogni categoria o ruolo da eleggere e rappresentare, ovvero magistrati di cassazione, pubblici ministeri e giudici ordinari, fino alla elezione dei membri previsti dalla legge, rispettivamente nel numero di due, quattro e dieci.

Giuseppe Lauricella

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Giuseppe lauricella, socialisti & democratici“Apprendo da tantissimi cittadini dell’impossibilita’ di iscriversi on line al concorso a cattedra 2016 per docenti scolastici”. E’ la denuncia del deputato del Pd Giuseppe Lauricella.

“Nella domanda on line e’ richiesta la preventiva identificazione presso una scuola (dove occorre recarsi). Oltre a questo, oggi il sistema e’ bloccato e impedisce l’inoltro delle istanze e, piu’ ancora, del bonifico di 10 euro (la causale che dev’essere inserita e’ troppo lunga e non viene accettata=). Siamo al delirio totale”, osserva il parlamentare Dem.

“Molti rinunceranno per impossibilita’ o non riusciranno ad iscriversi al concorso (considerato che il termine ultimo e’ il 30). Un sistema che lede il diritto dei cittadini. Era meglio quando si prevedeva una semplice raccomandata. Il ministro provveda a prorogare il termine di presentazione per evitare ricorsi e blocco del concorso”, prosegue Lauricella che anticipa, al la ripresa dei lavori d’Aula, la presentazione di una interrogazione.

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giuseppe lauricella, socialisti & democraticiCerchiamo di chiarire cosa riguarda il referendum abrogativo del 17 aprile.

 

Un chiarimento contro chi – scorrettamente – vuol far passare il messaggio che, votando a favore dell’abrogazione, si elimineranno subito le trivelle. Non è così.

 

Nove Regioni hanno richiesto il referendum: i consigli regionali di Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto.

 

In sostanza, con il referendum si chiede di abrogare quella norma, inserita con legge nel 2015, che consente agli impianti di trivellazione già esistenti ed operanti di continuare a farlo, oltre la scadenza dei termini della concessione (nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale).

 

Il quesito referendario non riguarda, invece, le concessioni per estrazioni future vicine alla costa (entro le 12 miglia) perché sono già vietate.

 

Il quesito referendario, dunque, chiede:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

 

Dunque, se la norma dovesse essere abrogata le trivelle continuerebbero comunque ad operare fino alla scadenza prevista dalle concessioni: 8 nel 2016, 3 nel 2017, 6 nel 2018, 3 nel 2019, 1 nel 2020, 1 nel 20121, 1 nel 2022, 1 nel 2024 e 6 nel 2026.

Se, invece, la norma non dovesse essere abrogata, alla scadenza delle concessioni le società che già gestiscono gli impianti potrebbero chiedere il rinnovo della concessione, qualora il giacimento risultasse ancora utilizzabile.

In questo caso, sarebbe responsabilità dei governi regionali o del governo nazionale (su questo è già aperto un conflitto Stato-regioni), se, ci auguriamo a seguito di approfondite e serie verifiche, rinnovare o meno.

 

Va detto, che in questi anni è plausibile ritenere una riconversione in favore di fonti energetiche alternative, abbandonando quelle di tipo minerale, cui si riferisce il referendum.

Anzi, tutti dovremmo incoraggiare e spingere il governo nazionale in favore di una politica di investimento sulle energie alternative.

 

Perché il referendum sia valido, occorre che vadano a votare almeno il 50%+1 degli elettori. Superata questa soglia di validità si vedrà se prevarranno i “sì” o i “no” all’abrogazione.

Quindi, per far valere le ragioni di chi vuole l’abrogazione occorre andare a votare per raggiungere il quorum, altrimenti il referendum non sarà valido.

 

Per chiarezza: chi vuole che si abroghi la norma, dovrà votare “sì”, ovvero si all’abrogazione; chi voterà “no” significa che non vuole l’abrogazione e lascerà vivere la norma.

 

Detto questo, non mi pronuncio sul come si debba andare a votare. Ritengo che la scelta debba essere affidata a ciascun cittadino-elettore, avendo, però, chiaro su cosa siamo chiamati a pronunciarci: non sull’eliminazione immediata delle trivelle ma sulla possibilità che la loro attività  venga prolungata anche oltre alla data di scadenza delle relative concessioni.

 

Le trivellazioni che attualmente vengono effettuate vicino alle coste italiane – come è noto – riguardano per l’80% estrazione di gas metano (non inquinante) e per il restante 20% petrolio.

 

Un ulteriore tema – che non riguarda il referendum del 17 aprile – è se debbano essere consentite in futuro concessioni per la trivellazione in zone c.d. “Instabili”, anche oltre le 12 miglia dalla costa, che, come dimostrato, per esempio, da ricerche fatte nel canale di Sicilia, rischiano di creare lesioni alla crosta (provocate dalle macchine) con conseguenti fenomeni tellurici che si propagherebbero sulla terraferma (pare sia stata uno di questi “movimenti” – in quel caso, naturali – a provocare il terremoto del Belice). Ma questo è un altro discorso che, speriamo, potrà essere superato da verifiche preventive o dal cambiamento delle politiche energetiche e di ricerca, verso altre fonti.

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lauricellaHo letto con interesse e curiosità la nota di Roberto Fai sul referendum costituzionale, per il quale, molto probabilmente, saremo chiamati ad esprimerci sul “no” o sul “sì” alla conferma della legge che revisiona la Costituzione.

Le argomentazioni a supporto del “no” alla conferma della riforma sono suggestive, anche se temo che finiscano nel cadere sul piano della “sfida” politica e ideologica, la stessa, cioè, che si attribuisce a Renzi. In altri termini, rilevando – e, in qualche modo, rimproverando – che l’appuntamento referendario finirà con il costituire un “vero e proprio spartiacque nella contesa politica nel nostro paese”, si finisce, involontariamente, con l’accettare di spostare lo sguardo verso la “sfida” politica, piuttosto che verso una scelta di sistema.

Un punto inconfutabile è che il superamento del bicameralismo paritario (in cui le due Camere svolgono le medesime funzioni, hanno le stesse competenze e determinano entrambe la vita o la morte di un governo attraverso la fiducia) era ed è un’esigenza unanimemente condivisa.

Sul piano storico e ideologico, il monocameralismo è sempre stato il modello della sinistra come il bicameralismo lo è della destra. Ciò per ragioni precise. L’idea che l’organo legislativo dovesse essere monocamerale risale alla periodo rivoluzionario francese, quando si affermava che per rappresentare l’unità nazionale e l’unità della sovranità popolare doveva esserci un’unica camera legislativa: se una è la sovranità e uno è lo Stato, una deve essere la camera di rappresentanza.

Il bicameralismo, diversamente, nasce dall’esigenza di rappresentare, con una seconda camera, interessi particolari, che possono essere di carattere territoriale, etnico o di categoria.

La scelta bicamerale del Costituente del ’46-’48 è frutto di un compromesso tra le forze politiche nate per la forma repubblicana e con la Repubblica.

Non a caso si dice che la nostra Costituzione del ’48 abbia carattere “convenzionale”, proprio perché frutto di una convenzione, che ha dato vita a norme e principi che riescono a tenere insieme le idee e le ideologie diverse, trovando una sintesi condivisa tra le forze di sinistra che chiedevano una struttura monocamerale e le forze liberali e di centro che pensavano ad un bicameralismo. La struttura bicamerale “paritaria”, a quel punto, rispondeva alle due esigenze, atteso che il bicameralismo perfetto ha finito con il rivelarsi un vero e proprio monocameralismo “mascherato”, con due camere che svolgono le stesse funzioni ed hanno la stessa rilevanza sul piano del rapporto di fiducia. Insomma, come se fosse un’unica camera divisa in due parti complementari, come se ciascuna fosse la sede di ponderazione e di controllo rispetto all’altra.

Dunque, oggi, è giunto il momento di passare ad una struttura parlamentare “differenziata”, in cui le due camere svolgano funzioni diverse e, soprattutto, in cui solo una delle due camere – quella di rappresentanza generale, la camera dei deputati – sia chiamata a dare o togliere la fiducia al governo, come avviene in tutti i sistemi che adottano la forma di governo parlamentare, piena (come in Italia) o – potremmo dire – “corretta” (come in Francia o in Germania).

La modifica del rapporto di fiducia, da due ad una camera, è una riforma essenziale.

Che, poi, si sarebbe potuto andare oltre con una scelta netta di tipo monocamerale, è un argomento plausibile ma è un altro tema.

Per il resto, la riforma, come tutte le riforme, si sarebbe potuta fare meglio, diversamente, o, addirittura non fare. Ma sono argomenti e posizioni condivisibili quanto discutibili.

L’impianto, scaturito da un lungo e discusso percorso, è un sistema che prevede: due camere, tra cui la camera dei deputati è la camera di rappresentanza generale, che accorda o toglie la fiducia al governo, e l’altra, il senato, che rappresenta le istituzioni territoriali e si comporta da organo legislativo, che non partecipa al rapporto di fiducia ma svolge un ruolo di controllo e di ponderazione, attraverso il potere di chiedere la rielettura dei disegni di legge in corso di approvazione, svolge un ruolo attivo nelle scelte di politica europea e, ovviamente, nelle materie che riguardano le regioni. In alcuni casi (come in materia costituzionale, per esempio) rimane un ruolo pieno, nel senso che legifera unitamente alla camera dei deputati.

Le paventate prevaricazioni della maggioranza della camera – dato anche il sistema elettorale approvato (l’italicum) – sono state evitate, grazie alla battaglia intensa fatta in commissione e in aula, anche di chi scrive: per l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici della Corte costituzionale, dei membri del CSM, non basterà la maggioranza assoluta ma occorrerà una maggioranza qualificata.

Nelle norme transitorie è stato anche previsto, grazie ad un emendamento sottoscritto da chi scrive, che, entro dieci giorni dall’entrata in vigore della legge costituzionale, una minoranza può chiedere alla Corte costituzionale il controllo di costituzionalità della legge elettorale (l’italicum).

Grazie sempre a quei deputati PD cui ho prima fatto riferimento, sono state modificate o eliminate norme (come quelle che riguardano il voto “bloccato” e “a data certa”) che avrebbero potuto spostare troppo l’asse verso il governo, affievolendo il ruolo e il peso della Camera. Ma non è accaduto.

Anche il tema della problematicità della combinazione legge elettorale-riforma del bicameralismo, che, secondo certa parte, abbasserebbe il tasso di democraticità del sistema, necessita di alcune considerazioni.

La tesi del deficit democratico nasce dall’idea che l’italicum porterà alla lista che vince le elezioni il premio di maggioranza e, dunque, una maggioranza con il 55% dei deputati, con un solo partito che potrà determinare le scelte in parlamento e, quel che sarebbe più grave, che quelle scelte saranno determinate o – come si pensa – imposte dal governo e, in tal modo, dal capo del governo, quindi, da un “solo uomo al comando”.

Certo, è una possibilità. Ma bisogna anche dire che chi vince le elezioni è democraticamente legittimato a governare e, dunque, a decidere.

L’importante è che il principio della maggioranza sia bilanciato dal diritto della minoranza, ovvero dell’opposizione in parlamento. E ciò, come dicevo, è stato salvaguardato.

A meno che non si sia dell’idea che, se governa chi ci piace, va bene che abbia – come si dice – “i numeri” e decida; se, invece, chi governa non ci piace, allora non va bene il sistema.

Una riforma non si può guardare in base ai propri desiderata o alle proprie aspettative. Così come una riforma non va fatta pensando di vincere: anzi, occorre farla pensando di perdere, perché, in tal caso, si pensa e si costruisce un sistema che guardi alle garanzie e alla tutela del diritto della minoranza, approdando dunque ad un sistema equilibrato.

Quindi, il tema della – come alcuni sostengono – infausta combinazione italicum-bicameralismo nasce dall’idea secondo la quale le candidature vengono decise dalle segreterie di partito e, dunque, il partito che vince elegge i candidati che poi risponderanno al segretario nelle scelte parlamentari. In tal modo, il governo “imporrebbe” le scelte alla maggioranza parlamentare.

Ma qual è la novità? Qual è lo scandalo? Da quando esistono le democrazie i partiti che vincono governano, e le liste (o i candidati nei collegi uninominali) vengono stabilite dalle segreterie di partito, più o meno palesemente. Ovviamente, se non vogliamo ragionare ipocritamente.

A meno che non si dica che il sistema maggioritario crei una deformazione della democrazia. Quindi, si dovrebbe affermare che le battaglie per il maggioritario degli anni novanta sono state battaglie sbagliate. Io l’ho sempre pensato. Il maggioritario – in nome della governabilità – impone una omogenizzazione delle differenze che annulla la rappresentanza delle minoranze. Il proporzionale, al contrario, garantisce ogni rappresentanza, anche la più piccola, ma non consolida la governabilità. Sempre che per governabilità vogliamo intendere la stabilità di governo. Diverso sarebbe se per governabilità si intendesse capacità di governo, nel senso di efficacia e produttività dell’azione di governo, a prescindere dalla continuità di un dato governo.

Tuttalpiù, il punto discutibile delle riforme e, in particolare, della legge elettorale è dato da quel meccanismo che “comunque” deve produrre una maggioranza parlamentare di una sola lista (che potrebbe coincidere con un solo gruppo).

L’aver previsto il secondo turno di ballottaggio è il segno di tale forzatura. L’italicum assegna il premio di maggioranza (del 55% dei seggi alla Camera dei deputati) a quella lista che dovesse ottenere il 40% dei voti su scala nazionale. Ma se nessuna lista dovesse riuscire a raggiungere, al primo turno, tale soglia, il sistema prevede un secondo turno di ballottaggio fra le due liste che abbiano ottenuto più voti al primo turno. Conseguentemente, l’esito del ballottaggio determinerebbe l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista che fra le due dovesse prendere anche un voto in più.

Ecco, questa – a mio parere – è un’anomalia, anzi una forzatura, perché, ipoteticamente, il ballottaggio potrebbe attribuire il 55% dei seggi della camera anche ad una lista che abbia ottenuto il 25% dei voti (tanto per fare un numero a caso, ma potrebbe anche essere inferiore). Ovvero, il rischio sarebbe quello di legittimare l’attribuzione della maggioranza parlamentare ad una minoranza. Ciò espone la legge elettorale ad una probabile illegittimità costituzionale, atteso che nell’ipotesi ora fatta sarebbe evidente la sproporzione tra voti effettivamente ottenuti al primo turno e seggi assegnati a seguito del ballottaggio, poco rilevando l’argomento che al ballottaggio la lista vincente otterrebbe certamente almeno la maggioranza assoluta.

D’altro canto, il ballottaggio (o secondo turno) è uno strumento applicato in tutti i sistemi per eleggere un organo monocratico (Presidente della Repubblica francese, per esempio) ma mai per eleggere un collegio quale una camera legislativa. Persino nel nostro ordinamento è così: laddove è previsto il ballottaggio lo si applica per la elezione dei sindaci non per la elezione dei consiglieri comunali.

Ne sono così convinto che nel novembre dello scorso anno ho presentato una proposta di legge per eliminare il secondo turno di ballottaggio dall’italicum. Ne scaturirebbe un sistema in cui se una lista dovesse raggiungere, nel primo ed unico turno, la soglia del 40%, otterrebbe il premio di maggioranza. In caso negativo, i seggi verrebbero distribuiti proporzionalmente tra tutte le liste, raggiunta la soglia di sbarramento del 3%. Il governo conseguente non potrebbe che essere di coalizione, come, d’altronde avviene nelle democrazie mature in caso di mancato raggiungimento della maggioranza, come in Germania o in Inghilterra, per esempio. E lì nessuno grida allo scandalo: è la democrazia.

Infine, vorrei rilevare una questione, proprio in ordine al referendum costituzionale.

Il referendum costituzionale è un istituto di democrazia diretta che la Costituzione prevede nel caso in cui la legge di revisione costituzionale (o, in generale, una legge costituzionale) non sia stata approvata con una maggioranza qualificata di 2/3 dei componenti di ciascuna camera. Ciò induce a ritenere che il Costituente abbia sempre guardato alla tutela del diritto della minoranza. Infatti, qualora la legge costituzionale venga approvata con i 2/3, significa che quella legge sia stata condivisa dalla maggioranza e dalla minoranza parlamentare e, dunque, viene promulgata ed entra direttamente in vigore. Ma se, come è avvenuto nel caso della riforma di cui discutiamo, la legge di revisione costituzionale venga approvata dalla “sola” maggioranza assoluta, la Costituzione prevede – a garanzia delle minoranze – la possibilità di richiedere il referendum costituzionale. Dunque, il referendum costituzionale è uno strumento della minoranza e non della maggioranza, perché, altrimenti – se richiesto e usato dalla maggioranza – rischia di trasformarsi in uno strumento plebiscitario. Questo è un argomento serio e complesso. Conseguentemente, come maggioranza eviterei di richiederlo.

Dopodiché, aspettiamo la richiesta e, a quel punto, sarà il popolo a decidere se la riforma costituzionale va approvata, oppure no.

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