Lauricella, S&D: Referendum costituzionale tra governabilità e principio democratico

by Socialdem on

lauricellaHo letto con interesse e curiosità la nota di Roberto Fai sul referendum costituzionale, per il quale, molto probabilmente, saremo chiamati ad esprimerci sul “no” o sul “sì” alla conferma della legge che revisiona la Costituzione.

Le argomentazioni a supporto del “no” alla conferma della riforma sono suggestive, anche se temo che finiscano nel cadere sul piano della “sfida” politica e ideologica, la stessa, cioè, che si attribuisce a Renzi. In altri termini, rilevando – e, in qualche modo, rimproverando – che l’appuntamento referendario finirà con il costituire un “vero e proprio spartiacque nella contesa politica nel nostro paese”, si finisce, involontariamente, con l’accettare di spostare lo sguardo verso la “sfida” politica, piuttosto che verso una scelta di sistema.

Un punto inconfutabile è che il superamento del bicameralismo paritario (in cui le due Camere svolgono le medesime funzioni, hanno le stesse competenze e determinano entrambe la vita o la morte di un governo attraverso la fiducia) era ed è un’esigenza unanimemente condivisa.

Sul piano storico e ideologico, il monocameralismo è sempre stato il modello della sinistra come il bicameralismo lo è della destra. Ciò per ragioni precise. L’idea che l’organo legislativo dovesse essere monocamerale risale alla periodo rivoluzionario francese, quando si affermava che per rappresentare l’unità nazionale e l’unità della sovranità popolare doveva esserci un’unica camera legislativa: se una è la sovranità e uno è lo Stato, una deve essere la camera di rappresentanza.

Il bicameralismo, diversamente, nasce dall’esigenza di rappresentare, con una seconda camera, interessi particolari, che possono essere di carattere territoriale, etnico o di categoria.

La scelta bicamerale del Costituente del ’46-’48 è frutto di un compromesso tra le forze politiche nate per la forma repubblicana e con la Repubblica.

Non a caso si dice che la nostra Costituzione del ’48 abbia carattere “convenzionale”, proprio perché frutto di una convenzione, che ha dato vita a norme e principi che riescono a tenere insieme le idee e le ideologie diverse, trovando una sintesi condivisa tra le forze di sinistra che chiedevano una struttura monocamerale e le forze liberali e di centro che pensavano ad un bicameralismo. La struttura bicamerale “paritaria”, a quel punto, rispondeva alle due esigenze, atteso che il bicameralismo perfetto ha finito con il rivelarsi un vero e proprio monocameralismo “mascherato”, con due camere che svolgono le stesse funzioni ed hanno la stessa rilevanza sul piano del rapporto di fiducia. Insomma, come se fosse un’unica camera divisa in due parti complementari, come se ciascuna fosse la sede di ponderazione e di controllo rispetto all’altra.

Dunque, oggi, è giunto il momento di passare ad una struttura parlamentare “differenziata”, in cui le due camere svolgano funzioni diverse e, soprattutto, in cui solo una delle due camere – quella di rappresentanza generale, la camera dei deputati – sia chiamata a dare o togliere la fiducia al governo, come avviene in tutti i sistemi che adottano la forma di governo parlamentare, piena (come in Italia) o – potremmo dire – “corretta” (come in Francia o in Germania).

La modifica del rapporto di fiducia, da due ad una camera, è una riforma essenziale.

Che, poi, si sarebbe potuto andare oltre con una scelta netta di tipo monocamerale, è un argomento plausibile ma è un altro tema.

Per il resto, la riforma, come tutte le riforme, si sarebbe potuta fare meglio, diversamente, o, addirittura non fare. Ma sono argomenti e posizioni condivisibili quanto discutibili.

L’impianto, scaturito da un lungo e discusso percorso, è un sistema che prevede: due camere, tra cui la camera dei deputati è la camera di rappresentanza generale, che accorda o toglie la fiducia al governo, e l’altra, il senato, che rappresenta le istituzioni territoriali e si comporta da organo legislativo, che non partecipa al rapporto di fiducia ma svolge un ruolo di controllo e di ponderazione, attraverso il potere di chiedere la rielettura dei disegni di legge in corso di approvazione, svolge un ruolo attivo nelle scelte di politica europea e, ovviamente, nelle materie che riguardano le regioni. In alcuni casi (come in materia costituzionale, per esempio) rimane un ruolo pieno, nel senso che legifera unitamente alla camera dei deputati.

Le paventate prevaricazioni della maggioranza della camera – dato anche il sistema elettorale approvato (l’italicum) – sono state evitate, grazie alla battaglia intensa fatta in commissione e in aula, anche di chi scrive: per l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici della Corte costituzionale, dei membri del CSM, non basterà la maggioranza assoluta ma occorrerà una maggioranza qualificata.

Nelle norme transitorie è stato anche previsto, grazie ad un emendamento sottoscritto da chi scrive, che, entro dieci giorni dall’entrata in vigore della legge costituzionale, una minoranza può chiedere alla Corte costituzionale il controllo di costituzionalità della legge elettorale (l’italicum).

Grazie sempre a quei deputati PD cui ho prima fatto riferimento, sono state modificate o eliminate norme (come quelle che riguardano il voto “bloccato” e “a data certa”) che avrebbero potuto spostare troppo l’asse verso il governo, affievolendo il ruolo e il peso della Camera. Ma non è accaduto.

Anche il tema della problematicità della combinazione legge elettorale-riforma del bicameralismo, che, secondo certa parte, abbasserebbe il tasso di democraticità del sistema, necessita di alcune considerazioni.

La tesi del deficit democratico nasce dall’idea che l’italicum porterà alla lista che vince le elezioni il premio di maggioranza e, dunque, una maggioranza con il 55% dei deputati, con un solo partito che potrà determinare le scelte in parlamento e, quel che sarebbe più grave, che quelle scelte saranno determinate o – come si pensa – imposte dal governo e, in tal modo, dal capo del governo, quindi, da un “solo uomo al comando”.

Certo, è una possibilità. Ma bisogna anche dire che chi vince le elezioni è democraticamente legittimato a governare e, dunque, a decidere.

L’importante è che il principio della maggioranza sia bilanciato dal diritto della minoranza, ovvero dell’opposizione in parlamento. E ciò, come dicevo, è stato salvaguardato.

A meno che non si sia dell’idea che, se governa chi ci piace, va bene che abbia – come si dice – “i numeri” e decida; se, invece, chi governa non ci piace, allora non va bene il sistema.

Una riforma non si può guardare in base ai propri desiderata o alle proprie aspettative. Così come una riforma non va fatta pensando di vincere: anzi, occorre farla pensando di perdere, perché, in tal caso, si pensa e si costruisce un sistema che guardi alle garanzie e alla tutela del diritto della minoranza, approdando dunque ad un sistema equilibrato.

Quindi, il tema della – come alcuni sostengono – infausta combinazione italicum-bicameralismo nasce dall’idea secondo la quale le candidature vengono decise dalle segreterie di partito e, dunque, il partito che vince elegge i candidati che poi risponderanno al segretario nelle scelte parlamentari. In tal modo, il governo “imporrebbe” le scelte alla maggioranza parlamentare.

Ma qual è la novità? Qual è lo scandalo? Da quando esistono le democrazie i partiti che vincono governano, e le liste (o i candidati nei collegi uninominali) vengono stabilite dalle segreterie di partito, più o meno palesemente. Ovviamente, se non vogliamo ragionare ipocritamente.

A meno che non si dica che il sistema maggioritario crei una deformazione della democrazia. Quindi, si dovrebbe affermare che le battaglie per il maggioritario degli anni novanta sono state battaglie sbagliate. Io l’ho sempre pensato. Il maggioritario – in nome della governabilità – impone una omogenizzazione delle differenze che annulla la rappresentanza delle minoranze. Il proporzionale, al contrario, garantisce ogni rappresentanza, anche la più piccola, ma non consolida la governabilità. Sempre che per governabilità vogliamo intendere la stabilità di governo. Diverso sarebbe se per governabilità si intendesse capacità di governo, nel senso di efficacia e produttività dell’azione di governo, a prescindere dalla continuità di un dato governo.

Tuttalpiù, il punto discutibile delle riforme e, in particolare, della legge elettorale è dato da quel meccanismo che “comunque” deve produrre una maggioranza parlamentare di una sola lista (che potrebbe coincidere con un solo gruppo).

L’aver previsto il secondo turno di ballottaggio è il segno di tale forzatura. L’italicum assegna il premio di maggioranza (del 55% dei seggi alla Camera dei deputati) a quella lista che dovesse ottenere il 40% dei voti su scala nazionale. Ma se nessuna lista dovesse riuscire a raggiungere, al primo turno, tale soglia, il sistema prevede un secondo turno di ballottaggio fra le due liste che abbiano ottenuto più voti al primo turno. Conseguentemente, l’esito del ballottaggio determinerebbe l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista che fra le due dovesse prendere anche un voto in più.

Ecco, questa – a mio parere – è un’anomalia, anzi una forzatura, perché, ipoteticamente, il ballottaggio potrebbe attribuire il 55% dei seggi della camera anche ad una lista che abbia ottenuto il 25% dei voti (tanto per fare un numero a caso, ma potrebbe anche essere inferiore). Ovvero, il rischio sarebbe quello di legittimare l’attribuzione della maggioranza parlamentare ad una minoranza. Ciò espone la legge elettorale ad una probabile illegittimità costituzionale, atteso che nell’ipotesi ora fatta sarebbe evidente la sproporzione tra voti effettivamente ottenuti al primo turno e seggi assegnati a seguito del ballottaggio, poco rilevando l’argomento che al ballottaggio la lista vincente otterrebbe certamente almeno la maggioranza assoluta.

D’altro canto, il ballottaggio (o secondo turno) è uno strumento applicato in tutti i sistemi per eleggere un organo monocratico (Presidente della Repubblica francese, per esempio) ma mai per eleggere un collegio quale una camera legislativa. Persino nel nostro ordinamento è così: laddove è previsto il ballottaggio lo si applica per la elezione dei sindaci non per la elezione dei consiglieri comunali.

Ne sono così convinto che nel novembre dello scorso anno ho presentato una proposta di legge per eliminare il secondo turno di ballottaggio dall’italicum. Ne scaturirebbe un sistema in cui se una lista dovesse raggiungere, nel primo ed unico turno, la soglia del 40%, otterrebbe il premio di maggioranza. In caso negativo, i seggi verrebbero distribuiti proporzionalmente tra tutte le liste, raggiunta la soglia di sbarramento del 3%. Il governo conseguente non potrebbe che essere di coalizione, come, d’altronde avviene nelle democrazie mature in caso di mancato raggiungimento della maggioranza, come in Germania o in Inghilterra, per esempio. E lì nessuno grida allo scandalo: è la democrazia.

Infine, vorrei rilevare una questione, proprio in ordine al referendum costituzionale.

Il referendum costituzionale è un istituto di democrazia diretta che la Costituzione prevede nel caso in cui la legge di revisione costituzionale (o, in generale, una legge costituzionale) non sia stata approvata con una maggioranza qualificata di 2/3 dei componenti di ciascuna camera. Ciò induce a ritenere che il Costituente abbia sempre guardato alla tutela del diritto della minoranza. Infatti, qualora la legge costituzionale venga approvata con i 2/3, significa che quella legge sia stata condivisa dalla maggioranza e dalla minoranza parlamentare e, dunque, viene promulgata ed entra direttamente in vigore. Ma se, come è avvenuto nel caso della riforma di cui discutiamo, la legge di revisione costituzionale venga approvata dalla “sola” maggioranza assoluta, la Costituzione prevede – a garanzia delle minoranze – la possibilità di richiedere il referendum costituzionale. Dunque, il referendum costituzionale è uno strumento della minoranza e non della maggioranza, perché, altrimenti – se richiesto e usato dalla maggioranza – rischia di trasformarsi in uno strumento plebiscitario. Questo è un argomento serio e complesso. Conseguentemente, come maggioranza eviterei di richiederlo.

Dopodiché, aspettiamo la richiesta e, a quel punto, sarà il popolo a decidere se la riforma costituzionale va approvata, oppure no.

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Written by: Socialdem

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