Il Manifesto

cropped-Logo_def.jpg

Siamo socialisti e socialiste italiane.

 

Ci consideriamo parte della generazione più recente del movimento che nel lontano 1892 fondò a Genova il primo partito del lavoro e dei lavoratori. Un movimento che in Italia ha accompagnato la crescita della democrazia e della libertà, assieme allo sviluppo di nuovi diritti. La riduzione del PSI di oggi a gruppo politico elettoralmente trascurabile e soprattutto non più socialmente rappresentativo, per ragioni persino drammatiche di ordine storico ma anche per cause contingenti recenti, errori e circostanze di vario genere, ha portato alla paradossale situazione per cui, non sia rimasta che una piccolissima frazione del centrosinistra italiano che rivendichi nome, continuità e radici storiche con il socialismo italiano. Dopo aver impiegato lunghi anni nel mantenimento in attività di un piccolo partito intitolato al socialismo, con sforzi e fatiche che crediamo comunque non inutili e non immeritevoli, affermiamo che non è assolutamente possibile essere soddisfatti della riduzione del socialismo italiano a una testimonianza nobile ma settaria, tanto meno a una piccola comunità di reduci. Ricordiamo che il movimento socialista si è definito sempre di più, lungo la sua storia, come movimento riformista, non soltanto perché pacifico e legalitario, ma anche perché intrinsecamente laico e quindi aperto ed empirico nelle soluzioni pratiche. Per questo, il riformismo socialista non può identificarsi in piccoli gruppi orgogliosi fino all’illusione, ma ha bisogno di essere radicato in ampie organizzazioni sociali e sindacali, ed esprimersi in grandi partiti. Il fine non è la semplice partecipazione al gioco della politica: il fine è la persona umana, la sua dignità, i suoi diritti e le sue libertà, di contro ai fini di profitto e di potere che richiedono il sacrificio di diritti e libertà.

Il PD ha tutte le caratteristiche di un grande partito riformista: non significa che sia per noi il partito che risolve in sé tutte le istanze e le caratteristiche di una forza di sinistra e di progresso. Riteniamo infatti che rimanga in sospeso la questione socialista, che non si identifica con la collocazione di una comunità di militanti e dirigenti ormai ristretta, ma con le risposte che la cultura politica socialista offre ai problemi della vita di tutti e di tutte, e che deve essere posta all’ordine del giorno in un grande partito.

Tocca a noi vivere il nostro tempo. Occorre accanto a una memoria storica e a un’identità definita e anche orgogliosa, fare delle battaglie. Occorre lottare per la giustizia e per la libertà, secondo le necessità dei giorni nostri.

Per noi, queste battaglie saranno rivolte non solo al Parlamento e al Governo, ma anche all’interno del PD, e per quanto potremo a tutta l’opinione pubblica. Saranno nel senso di una maggiore attenzione al quadro europeo, di contro a quelle culture politiche che hanno piuttosto sostenuto l’eccezionalità italiana: sia nel campo dei diritti civili che in quello dei diritti sociali, i due versanti inscindibili della nostra visione. Oggi abbiamo bisogno di coraggio e convinzione nel richiedere riforme che rendano l’Italia più europea su questi versanti: che si tratti di maggiori libertà civili, che si tratti di un Welfare State non certo ridotto e tagliato, ma anzi sempre più universale, meno corporativo e di più facile accesso per i nuovi soggetti sociali. Il richiamo meramente verbale alle riforme e al riformismo rischia sovente oggi di suonare fine a sé stesso, disconnesso da valori di riferimento. Si può riformare senza costruire benessere, nell’interesse di pochi e non nell’interesse generale. Tocca a noi riaffermare la centralità del lavoro, la cui tutela non può cedere di fronte ai tentativi di restringere lo spazio dei diritti in nome dell’efficienza. Nessun bene essenziale, dall’acqua alla casa alla cultura alla salute all’energia può essere sacrificato nella sua essenza pubblica. Centralità al lavoro e ai diritti prevede anche individuare i propri avversari: la povertà, le diseguaglianze crescenti, le minacce alla libertà che emergono dall’interno della nostra società. Crediamo che le politiche economiche debbano essere espansive, rifiutando l’ideologia dell’austerità, ma anche redistributive, senza la troppo ottimistica illusione che il progresso dei ceti affluenti trascini tutti gli altri: un prelievo fiscale fortemente progressivo, e mirato ai patrimoni e alla finanza (senza dimenticare quel patrimonio immobiliare della Chiesa che oggi persino dal Vaticano si ammette con preoccupazione essere messo a profitto) sono necessari per sostenere una spesa sociale irrinunciabile per mantenere i fondamenti del modello sociale europeo in cui ci riconosciamo con orgoglio. Sanità e trasporti, sicurezza sociale e tutele ambientali, scuola e cultura accessibili a tutti sono i frutti di questo modello, che non va semplicemente “difeso”, ma rafforzato, reso coerente, sviluppato, in primo luogo reso sempre più universale. Dovranno per esempio essere elaborati sistemi universali di assicurazione contro la disoccupazione e di reddito di base per coloro che non siano in grado di partecipare al processo produttivo, un limite storico della sicurezza sociale italiana da sempre fatta per settori.

Non c’è crescita senza espansione della domanda, e quindi salari adeguati e investimenti ambiziosi. L’economia di mercato non funziona da sola. La sfida di uno sviluppo equo e armonico significa per noi in primo luogo, ancora, sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno. L’unificazione economica dell’Europa rende più evidente che non si tratta di un vecchio retaggio e tanto meno di una colpa meridionale, ma dell’articolazione dell’Europa in un centro e molte periferie. Spetta alla politica capire e contenere questo fenomeno, puntando sugli investimenti in infrastrutture per rendere l’Europa più breve a percorrersi, senza paura di certe vecchie intuizioni degli anni 80 quali il ponte di Messina che completi un nuovo quadro infrastrutturale, e valorizzando vocazioni territoriali quali lo sviluppo dell’agricoltura di qualità e del turismo culturale, produzioni non delocalizzabili, entro una visione di sviluppo ecologica e tecnologica. Per questo, occorre mettere di nuovo al centro dell’economia il sapere e la cultura, non solo come risorsa economica, ma anche come strumento indispensabile di emancipazione e cittadinanza: per questo, secondo l’esempio dell’Austria, crediamo che i costi di accesso all’università debbano essere abbattuti, tanto più pensando al deficit di competenze e di istruzione che tuttora ci affligge. Emancipazione è una parola che ci è cara. C’è molto da fare per liberare la vita delle persone: manca una legge decente sulla fine dignitosa della vita, sono insufficienti quelle proposte di riforma del diritto di famiglia che non diano ad ogni coppia il diritto di sposarsi e di adottare dei figli, sono ancora lontane effettive pari opportunità di genere. Come lontane, sempre aperte, sono le questioni della giustizia giusta, cioè di un sistema giudiziario con più ampie garanzie e maggiore efficacia,  e di un fisco che sia meno eroso ed evaso, ma anche più accettabile e comprensibile per tutti. La democrazia è credibile quando funziona, e non ci riferiamo qui ai meccanismi istituzionali, che sono mezzi, ma ai fini del benessere e della libertà, senza i quali il richiamo alla democrazia e la chiamata alla politica si svuota, lasciando il campo ai geli della tecnocrazia, alla violenza verbale dei populismi e al pericolo di vecchi e nuovi fascismi.

Quanto abbiamo detto su un approccio riformista inseparabile dai valori vale altrettanto verso il mondo che ci circonda, nella politica estera, che non sarà mai per noi cinico gioco diplomatico, quando sono in gioco le libertà dei popoli e la pace. L’adesione al Partito del Socialismo Europeo da parte del PD ha creato la condizione minima per l’unità dei riformisti di progresso italiani. Non basta ancora: l’adesione al socialismo europeo non è una tessera di un club o un tema di diplomazia tra partiti, ma impone la coltivazione di una cultura condivisa, senza provincialismi. L’Italia è in Europa, e ci si attende l’interpretazione italiana del socialismo europeo, ad esso organico e non giustapposto. Del resto, l’attuale crisi dell’Unione Europea, legata al fallimento di una Costituzione europea e di un’Europa federale, è prodotta dalla continua persistenza di egoismi nazionali di corto respiro, oltre che dalla resistenza a Bruxelles di ideologie conservatrici che, nel fallire nel governo della recente crisi economica, sono riuscite purtroppo a mettere in pericolo il sogno europeo agli occhi di milioni di europei delusi e spaventati. L’Europa non potrà che superare questi egoismi e provincialismi, e al tempo stesso fondarsi su una convinta e attiva partecipazione di ogni sua parte. Lo stesso varrà per i partiti politici europei, e in particolare per il socialismo europeo che ha bisogno di un più deciso contributo italiano in questo senso: tra riformismo italiano e socialismo europeo il rapporto è quindi di mutua necessità e deve diventare di mutua identificazione.

La dimensione europea non può esaurire il necessario afflato internazionalista: la soluzione dei problemi ambientali, di sviluppo e di convivenza pacifica tra culture e continenti è la migliore intuizione universale del socialismo, quella che più lo accomuna, laicamente, alle grandi visioni religiose dell’uomo. La recente crisi organizzativa dell’Internazionale Socialista non ha messo in crisi l’internazionalismo: crediamo che la soluzione non sia nella moltiplicazione di altri organismi-ombrello sostitutivi ma nella riparazione di quanto si sia guastato nella gloriosa Internazionale che fu di Willy Brandt. La globalizzazione economica ci impone di sviluppare la visione e gli ideali adatti a governarla. Senza di questi, non potremo affrontare le sfide che oggi si manifestano nel Mediterraneo: i grandi flussi migratori e di profughi, e le guerre civili e di religione. L’accoglienza dei richiedenti asilo non basta a giustificarsi con i pur indubbi benefici che l’immigrazione reca in termini di capitale umano, e le guerre in corso dalla Libia alla Siria non sono tragedie da condannare seduti davanti al televisore. Tutto questo richiede non solo l’impegno delle diplomazie e dei governi, e in casi estremi delle loro forze armate, ma un grande dialogo tra popoli e tra culture, un dialogo di civiltà che prenda il posto della guerra di civiltà.

Questo ci fa concludere con un atto di fiducia nella partecipazione democratica, nei partiti, nei sindacati, nell’azione di quei corpi intermedi della società che raccolgono le energie dei singoli. Vogliamo sfidare quel populismo che, anche fingendosi di sinistra, esalta un indistinto e in fondo anonimo disagio popolare che attenderebbe soltanto un capo che si rivolga senza mediazioni al suo pubblico.  Crediamo nella partecipazione e nella rappresentanza, e persino nella militanza, che non sono reperti del 900. Di questo ha bisogno ogni democrazia viva e vitale, anche oggi.